Le Invisibili.Esistenze Radicali

Le invisibili. Esistenze radicali è un progetto di ricerca e produzione artistica attraverso il quale Pamela Diamante torna a interrogare le forme di sudditanza sociale ed economica e le possibilità di riscatto che possono emergere attraverso l’agency collettiva.
Al centro della ricerca vi è una specifica categoria professionale del Sud Italia: le braccianti agricole, soggetti femminili sistematicamente marginalizzati da stigmi culturali legati alla sessualità, al luogo di origine e alla presunta modestia del lavoro agricolo. L’attenzione dell’artista si concentra sulle condizioni delle donne impiegate stagionalmente nella raccolta e nella lavorazione della frutta, soggette a gravi violazioni dei diritti fondamentali e a disuguaglianze strutturali di genere, a partire dalla disparità salariale.
Il progetto origina dalla condizione antropologica e linguistica che mette in relazione ruralità, sfruttamento e costruzione simbolica dell’inferiorità sociale. Le accezioni dispregiative, storicamente associate al lavoro agricolo nel contesto meridionale, come terrone o mangiatore di terra, vengono qui assunte come dispositivi di potere: etichette che “naturalizzano” l’arretratezza e fissano archetipi di subordinazione di classe e di genere.
Con una pratica artistica volta a restituire dignità politica e poetica al rapporto tra corpo, terra e lavoro, Diamante rilegge tali narrazioni come espressioni di conflitto da cui muovere per una possibile riappropriazione di senso e valore.
 
L’opera assume la forma di una grande installazione ambientale, presentata nella Sala del Colonnato del Palazzo della Città Metropolitana di Bari, ed è il risultato di un processo di ascolto e confronto con alcune lavoratrici migranti incontrate grazie alla collaborazione con il progetto Sweetnet di Actionaid International Italia E.T.S. e Fondazione CDP. L’intervento si configura come uno spazio di parola, riflessione e denuncia: le testimonianze raccolte diventano parte integrante dell’opera, trasformandola in un atto politico oltre che simbolico.
L’installazione assume l’aspetto di un dispositivo meccanico: sedici aste verticali in ferro sorreggono dischi metallici e zappette forgiate in ceramica, evocando macchine agricole e utensili quotidianamente utilizzati dalle lavoratrici. Questa scelta formale sottolinea la paradossale ibridazione dei corpi sfruttati, insieme macchinici e materni, produttivi e vulnerabili, ridotti a ingranaggi di un sistema economico che ne consuma le energie vitali.
Le stele che compongono la scultura sono in numero pari alle lavoratrici coinvolte e raggiungono un’altezza doppia rispetto alla loro statura reale: un’esplicita inversione della prospettiva abituale, che restituisce visibilità e centralità a soggetti storicamente osservati dall’alto o relegati ai margini.
Le componenti dell’opera sono organizzate su strutture metalliche a forma esagonale, simili a favi: celle modulari, poligonali e potenzialmente replicabili, che alludono a una comunità in costruzione. In questa geometria collettiva si inscrive l’idea di una “massa critica” di individualità capaci di unirsi nella difesa dei diritti umani e sociali, trasformando l’esperienza condivisa dello sfruttamento in una forza generativa e radicale.

Pamela Diamante, Le Invisibili. Esistenze radicali, 2026. Installazione ambientale, ceramica e ferro, 395 x 500 x 360 cm. Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari con il sostegno del PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy immagine Magonza.

In her work Le invisibili. Esistenze radicali [Invisible Women. Radical Existences], Pamela Diamante investigates the forms of subjugation and socio-economic discrimination that affect a specific occupational category in Southern Italy: female agricultural labourers, who are systematically marginalised by cultural stigmas linked to sexuality, place of origin and the presumed modest status of agricultural work. The artist focuses on the conditions of women employed seasonally in fruit harvesting and processing, who are subject to serious violations of their fundamental rights and structural gender inequalities, starting with wage inequality. The project originates from the anthropological and linguistic condition that links rural life, exploitation and the symbolic construction of social inferiority.

The pejorative terms historically associated with agricultural labour in the South of Italy, such as terrone (a slur against southerners) or mangiatore di terra (earth eater), are taken here as devices of power: labels that “naturalise” backwardness and fix in place archetypes of class and gender subordination. With an artistic practice aimed at restoring political and poetic dignity to the relationship between body, land and work, Diamante reinterprets these narratives as expressions of conflict from which to move towards a possible reappropriation of meaning and value. The work takes the form of a large environmental installation, presented in the Sala del Colonnato of the Palace of the Metropolitan City of Bari. It is the result of a process of listening to and engaging with a number of migrant workers met through collaboration with the Sweetnet project by Actionaid International Italia E.T.S. and the Fondazione CDP.

The intervention takes the form of a space for speech, reflection and exposure: here, the testimonies collected become an integral part of the work, transforming it into a political as well as symbolic act.

The installation takes the form of a mechanical device: sixteen vertical iron rods support metal discs and ceramic hoes, evoking the agricultural machinery and tools used daily by the workers. This formal choice emphasises the paradoxical hybridisation of exploited bodies, which are both mechanical and maternal, productive and vulnerable, reduced to cogs in an economic system that consumes their vital energies. The steles that make up the sculpture are equal in number to the workers involved and reach a height twice their actual stature. This is an explicit reversal of the usual perspective, and one that restores visibility and centrality to subjects who are historically observed from above or relegated to the margins.

The components of the work are organised in hexagonal metal structures, similar to honeycombs: modular, polygonal and potentially replicable cells that allude to a community under construction. This collective geometry embodies the idea of a ‘critical mass’ of individuals capable of uniting in the defence of human and social rights, transforming the shared experience of exploitation into a generative and radical force.